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Industria

 

Descrizione

Industria è tutto ciò che svolge attività di produzione di beni di interesse economico con criterio massivo (rispetto al quale si distingue dall'artigianato) esercitando un'attività di trasformazione delle materie prime in semilavorati o prodotti finiti. L'industria rappresenta il settore secondario dell'economia.

Il termine industria deriva dal latino industria (-ae), che può significare operosità, attività, ingegno, diligenza, e che a sua volta viene da endo- (dentro) e -struo (costruisco).

L'obiettivo dell'industria è di produrre al meglio ed al miglior rapporto costo/beneficio il bene richiesto. In economia rappresenta l'insieme dei settori di un sistema preposto alla produzione di beni materiali e servizi su larga scala, utilizzando gli studi e/o i contributi prodotti principalmente dagli studiosi di economia industriale ed economia aziendale.

Secondo l'economia tradizionale, il prodotto dell'industria è anche definito "bene secondario", rispetto al "bene primario" dell'agricoltura e a quello "terziario" dei servizi, di recente sviluppo.

L'industria si suddivide in molteplici settori, ognuno con una propria specializzazione ed è in costante mutamento adattandosi progressivamente alle esigenze del consumo ed alle nuove tecnologie di produzione.

Seguendo una logica filoambientalista, si potrebbe concepire quanto segue: le industrie dovrebbero seguire la vocazione del territorio al fine di avere un impatto minimo sul territorio stesso, per questo chi governa dovrebbe fare dei piani di industrializzazione razionali al fine di ottenere il massimo da un territorio senza per questo rovinare il suo equilibrio ecologico ed ambientale.

In realtà il problema per le industrie consiste nella logica del profitto, non sempre quest'ultimo è in armonia con il territorio. Si è detto prima che lo scopo dell'industria è il produrre al miglior rapporto costo/beneficio, che in termini economici significa col massimo profitto a parità di spesa: ed è questa la vocazione dell'industria che non sempre coincide con quella del territorio. In un sistema di economia dirigista l'industria, svincolata dalla logica del profitto, potrebbe essere indirizzata al meglio.

Le industrie infatti portano lavoro sia diretto che nell'indotto ma necessitano di forti infrastrutture, quindi per costruire un sito industriale è necessario fare prima uno studio di fattibilità.

Il termine industria indica un sistema di processo che partendo da un prodotto detto "primo" (grezzo o materie prime) se ne produce un "secondo" (manufatto) con un valore aggiunto.

Il valore aggiunto, in breve, è proprio quello che il processo produttivo attraverso la tecnologia conferisce, trasformando il prodotto grezzo in un prodotto rifinito, pronto per essere introdotto nella filiera di distribuzione. In definitiva, l'industria è un sistema organizzato per produrre ricchezza, costituita appunto dal valore aggiunto.

Alcune branche importati dell'industria sono: industria meccanica, industria automobilistica, industria aeronautica, industria elettronica, industria alimentare, industria chimica, industria tessile, industria mineraria ecc... meglio specificati di seguito...

 

Settori industriali

- Industria mineraria,

- Industria siderurgica,

- Industria metallurgica,

- Industria chimica,

- Industria petrolchimica,

- Industria farmaceutica,

- Industria meccanica,

- Industria metalmeccanica,

- Industria automobilistica,

- Industria aeronautica,

- Industria navale,

- Industria armiera,

- Industria elettronica,

- Industria informatica,

- Industria tessile,

- Industria dell'abbigliamento,

- Industria calzaturiera,

- Industria del legno,

- Industria cartaria,

- Industria alimentare,

- Industria del tabacco,

- Industria dei materiali edili.

 

Storia dell'industria italiana: dall'Unità alla Prima Guerra Mondiale

Il periodo tra le due guerre: la situazione all’inizio della ricostruzione

Alla fine della seconda guerra mondiale l’apparato industriale italiano non appariva estremamente danneggiato e per questo rimaneva affetto da una serie di problemi e carenze come il sovradimensionamento ed un certo eccesso di manodopera. Inoltre non poteva essere comparata la posizione italiana rispetto agli altri Paesi occidentali nei settori più avanzati a causa della nostra condizione di arretratezza. Erano (e sono) presenti grandi oligopoli nelle mani di poche famiglie (Agnelli, Falck, Piaggio, Pirelli) oppure società per azioni con controllo blindato tramite compartecipazioni tra holding e controllate, azioni privilegiate, con voti multipli ecc... con scarsissima tutela e rappresentanza dei piccoli azionisti. Inoltre la concorrenza era scarsa e le prime riforme per favorirla si ebbero solo a partire dal 1990.

L’industria appariva decisamente polarizzata: pochi giganti e molte piccole e medie imprese più adatte al ristretto mercato nazionale. Un ruolo molto importante continuava ad essere svolto negli anni della ricostruzione dall’Iri (Istituto per la Ricostruzione Industriale) anche se con il passare degli anni i gestori delle imprese pubbliche si sentirono sempre più senza controllo e senza responsabilità per la gestione, generando spesso risultati dannosi. Infine, a catalizzare il processo di ricostruzione, contribuì in maniera determinante l’E.R.P. (European Recovery Program o semplicemente “piano Marshall”) nel quale l’Italia ottenne tra il 1948 ed il 1952 un miliardo e quattrocentosettanta milioni di dollari (pari all’11% del programma) dei quali beneficiarono principalmente Fiat e Finsider.

 

Il miracolo economico

Dal 1950 in poi la ripresa fu così forte che prese il nome di “miracolo economico” nel quale il tasso medio di crescita del Pil fu del 6% annuo circa ed in cui il ruolo dell’industria si rafforzò. Fino al 1958 fu la domanda interna a trainare la ripresa, in seguito fu la domanda dall’estero, favorita da una grande riserva di forza-lavoro in Italia con poche pretese salariali e la bassa crescita dei prezzi delle materie prime. Questo contesto permise di avere una posizione di competitività rispetto agli altri Paesi occidentali. Nacquero dunque altre società statali controllate dall’Iri, rafforzando la posizione dello Stato come imprenditore con Finmeccanica, Finelettrica, Fincantieri ed Eni.

L’espansione dei mercati e della produzione di beni di consumo costituiva una grossa occasione che però non è stata pienamente colta perché lo sfruttamento delle posizioni di monopolio ed atteggiamenti spesso poco onesti da parte dei gestori delle imprese statali ha impedito di investire in innovazione e miglioramento dell’efficienza in un contesto apparentemente privilegiato dall’assenza o dalla scarsità di concorrenza.

I settori trainanti della ripresa furono: automobili, elettrodomestici, raffinazione del petrolio, siderurgia, prodotti chimici ed alimentari. Nel contempo proliferava la piccola e media impresa sia con lo smembramento di più grandi società divenute obsolete, sia grazie alla crescita di attività artigianali.

 

Le sfide perdute

In questo quadro di crescita non possiamo però non menzionare un certo numero di importanti sfide perdute dalla nostra economia industriale nel processo di evoluzione ed innovazione in settori strategici. Il settore dell’energia è un settore in cui l’arresto (con la sua morte avvenuta nel 1962) del disegno di Mattei di rendere l’Eni un grande ente unico per l’energia e l’arresto degli investimenti nel settore dell’energia nucleare ha influenzato non poco le condizioni di approvvigionamento di energia da parte dell’Italia. Intanto dell’elettronica il ruolo dell’Italia è venuto meno con il fallimento della Olivetti di Ivrea mentre il settore chimico non è riuscito a razionalizzarsi e coordinarsi per incapacità imprenditoriale e giochi politici. Inoltre la nazionalizzazione (con l’Enel) della produzione di energia elettrica fece affluire nelle casse delle società espropriate (Sade, Sme, Centrale, Montecatini ed Edison) anziché nelle tasche degli azionisti 2200 miliardi di lire, occasione per nuovi investimenti e programmi di sviluppo. Purtroppo ancora una volta le scarse capacità dei vertici di tali imprese pose in essere strategie poco chiare di diversificazione con scarso successo.

Pur permanendo condizioni strutturali volte alla crescita, nel 1962-'63 si ebbe una prima battuta di arresto a tale processo. Nel quadro generale di carenze imprenditoriali e manageriali e scarsità di concorrenza si collocano in quel periodo rivendicazioni salariali con tendenza all’inflazione e quindi politiche restrittive di contenimento, disordine monetario e crisi energetica. Inoltre a partire da questi anni comincia a nascere la logica degli “oneri impropri” dei big pubblici come lo sviluppo del Mezzogiorno, il salvataggio delle imprese sull’orlo del fallimento e la creazione e salvaguardia dell’occupazione. Tutto ciò con scarsi risultati e grande sperpero di denaro pubblico, permettendo inoltre di coprire e giustificare l’inadeguatezza dei gestori che già sono state citate.

 

Il periodo recente: grandi e piccole imprese

- Grandi imprese private: a partire dagli anni settanta ha cominciato a farsi sentire l’esigenza di rinnovamento dovuta principalmente allo sviluppo di nuove tecnologie ed all’inasprirsi della concorrenza internazionale. Si avviò (com’era necessario) una fase di rassetto e ristrutturazione delle medie e grandi imprese il cui principale finanziatore fu Mediobanca (finanziando Fiat, Pirelli, Olivetti e Montedison). La filosofia delle operazioni in argomento fu l’aumento e l’ammodernamento del capitale con riduzione e razionalizzazione dell’impiego delle risorse umane: questi investimenti comporteranno per gli anni settanta ed ottanta alti profitti ma non sopperiranno ai limiti che cominciano ad intravedesi per la nostra economia. Infatti l’Italia rimaneva specializzata nei settori tradizionali non investendo nei settori a più alto contenuto tecnologico e di ricerca e sviluppo: fino a quegli anni la grande impresa era cresciuta grazie ad un fattore che ormai si era esaurito (la relativa economicità della forza-lavoro italiana) e non aveva saputo investire nei settori innovativi che le avrebbero conferito nuovi durevoli benefici.

- Piccole e medie imprese: a partire dagli anni sessanta e con forte accelerazione negli anni settanta ed ottanta fiorirono e prosperarono le piccole e medie imprese che divennero competitive grazie al miglioramento dei trasporti, al ricorso all’elettronica ed all’automazione flessibile, ad agevolazioni per piccole imprese ed artigiani accompagnate da una forte differenziazione della domanda dei beni di consumo. In questa fase le piccole e medie imprese realizzarono forti investimenti e grossi profitti (ancor più che le grandi imprese).

- Imprese pubbliche: senza dubbio da molti decenni a questa parte le dimensioni dell’impresa pubblica italiana sono notevoli: negli anni settanta questa contava più di 700.000 occupati con 17.000 miliardi di lire di fatturato ed assorbiva il 35% delle imprese medio-grandi. Eni ed Iri, però, a patire proprio dagli anni settanta cominciarono ad avere scarsi risultati, cominciando ad indebitarsi ed a ricorrere a denaro pubblico. Il programma di ristrutturazione iniziò solo negli anni ottanta con risultati deludenti e, data l’impossibilità di ricorrere al sostegno statale (impedito dalla Comunità Economica Europea) e la necessità di eliminare le distorsioni dovute alla proprietà pubblica, si avviò negli anni novanta il loro processo di privatizzazione.

 

Conclusioni

Il sistema industriale italiano oggi appare con una struttura e delle caratteristiche del tutto peculiari e diverse dagli altri Paesi occidentali, prima tra le altre il dualismo tra poche grandi imprese e molte piccole e medie, con buona flessibilità. Inoltre presenta ancora oggi una maggiore distribuzione nelle regioni del Nord, in primo luogo in Lombardia e Piemonte, e più di recente in Veneto ed Emilia-Romagna. Le produzioni più importanti riguardano le auto, gli elettrodomestici, la raffinazione del petrolio, la meccanica industriale, la chimica fine e l'industria leggera.

 

Voci correlate

- Materia prima,

- Merce;

- Commercio,

- Artigianato,

 

 

 

 

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